I Persiani - Eschilo .- regia di Ollé - Inda 2026
Detto questo: si può dissentire.
E qui dissento.
Teatro? drammaturgia vocale; a tratti pure noiosa. Ecco, la noia: peccato intollerabile, in scena.
Si sa che è sempre ‘oggi’, nelle tragedie greche, ma solo se quell’essere ‘sempre oggi’ non lo si grida talmente forte da non poterlo né volerlo più ascoltare…) un difetto della regia? voler dire a troppo alta voce quel che non si sa far intuire.
“Quando l’arroganza fiorisce, produce la spiga della rovina, da cui si raccoglie un raccolto di lacrime”: appunto. Mai frase del testo rappresentato può trafigger meglio chi l’ha messo in scena.
LA PRIMA DELLO SPETTACOLO,
VISTA IN SCENA SABATO 13 GIUGNO
nell'ambito della Stagione Inda 2026
regia di Alex Ollé
Quel grande schermo, quello sì, perno geniale dell’allestimento…
Impettiti in divise militari contemporanee, rigorosi di stellette, gradi e mostrine, i militari; esacerbati e rancorosi i politici e notabili; in un lungo - troppo lungo - prologo, si dispongono lentamente - troppo lentamente - intorno all’immenso tavolo che satura la scena.
Ovvio è che ciò sia fortemente voluto: ciononostante il risultato scenografico appare discutibile.
Un grande schermo a fondale, quello sì, perno geniale dell’allestimento, ingloba a tratti come fondo scena proiezioni (per buona sorte) in toni di grigio della cavea densa di pubblico inglobandolo nello sfondo.
Ma protagonisti assoluti su quello schermo sono i primi piani (per buona sorte) in bianco e nero dell’espressioni taglienti degli attori in scena: sguardi vitrei, labbra serrate, sopracciglia truci, occhi imperiosi; maestri d’espressione visiva, sublimi interpreti di drammaturgia vocale; timbro, ritmo, tono, pause; del testo di Eschilo ci viene offerto dal palco in dotta, rigorosa e magnetica lettura, la cui intensità recitativa, non si trasforma in interpretazione.
Intenzione annunciata, certo.
Il che non giustifica il mancato risultato.
Trascorsi i primi istanti di ammirato stupore per quest’innovativa impostazione, la proiezione emozionale scende a zero.
Si sta in attesa di un gesto, di un canto, del coro, di una danza, di qualche movimento che - oltre alle pure parole - ci riversi dal quel sacro palco antico straniato dalla forzata attualizzazione, almeno un granello di pathos della Grecia antica, una goccia di humus spirituale eschileo, di anche un solo velato cenno vitale di quel sofferto duello fra Hibris e Nemesis…. In questa raffinata e magistrale interpretazione vocale, in questa dotta lettura del testo Eschilo un vuoto emozionale regna invece sovrano: non bastano la voce di chi è in scena, né le proiezioni dei primi piani degli interpreti: quella superbia e tracotanza umana che suscita l'invidia degli dèi e porta inevitabilmente alla punizione divina non prende corpo, se non nel riflesso minimissimo della rappresentazione di se stesso che lo spettacolo in sé finisce di essere: ecco, in questo senso (sicuramente non intenzionale) il risultato è così chiaramente manifesto da non esser colto che da animi… diciamo… liberi?
Poi: attualizzare Eschilo, certo, può esser utile, ma sentir da quelle pur possenti e sublimamente impostate voci da impettiti in divise contemporanee abbigliate, espressioni tipo archi spossati, schiere, dei, moire, carri, gomene.... “orde di spesse falangi, di flotta guerriera”…“sfreccia il cocchio”, “chi, dotato di snello garretto, è padrone del salto vincente?”… “impugna la daga, curva agli editti immani del re…” ecco… stride, stride…
Giunge un messaggero superstite (Giuseppe Sartori), porta a Susa la notizia della sconfitta e riferisce della rotta dell’esercito persiano al largo di Salamina: la flotta di Serse si è fatta accerchiare dalle navi di Atene, e l’esercito persiano è stato massacrato.
Il suo primo piano, ‘immobile’ in scena, proiettato a schermo minimamente freme, nel senso che è ‘mosso’, vibrantemente tremolante: molto fastidioso, soluzione tecnica di scarsa qualità.
Giunge Atossa (Anna Bonaiuto): sontuosa, truce, contrita, ‘immobile’ nel suo vermiglio abito, riferisce di un sogno profetico, che le ha mostrato il figlio caduto nella polvere per mano di una puledra di origine greca.
Vibrazioni emozionali? non pervenute.
Pare anzi quasi sarcastica battuta quel dire di Atossa ai vecchi dignitari dell’Impero persiano rimasti a guidare il regno e che attendono notizie della battaglia: "da uomini fermi quali siete”… Fermi? immobili proprio!
Giunge poi una tipa, estemporanea, d’abito fiorito, borsetta e giacchino jeans abbigliata: “dov'è mio figlio?” domanda, e giù una tirata - contemporanea - contro la guerra. pare un’infausta invasione di campo.
E appare - ma guarda… - lassù alla sommità della cavea uno striscione a lettere cubitali ‘NO ALLA GUERRA’: è scena? il dubbio sorge spontaneo, essendo identico a quelli mostrati dai dimostranti che all’ingresso del teatro (chissà come mai proprio alla prima de ‘I Persiani’) inneggiavano a motti pro-pal e a Gaza libera. Son parsi - striscione in scena e dimostranti all’ingresso - altra infausta invasione di campo.
Un guizzo di vita si palesa al momento in cui Atossa e il Coro richiamano dall’Ade l’anima del padre defunto di Serse, Dario. Emozione per la processione di anime di bianco velo abbigliate, e quelle lucine… a mo’ di fiammelle che si portano appresso…risvegliano un’attenzione ormai sopita: visto? basta poco a noi, spettatori anelanti al fremere d’emozioni….
ma dura pochi minuti.
Stiamo concentrati: c’è ora sul quel devastantemente vuoto ed esteso tavolo che fa da scena, un inquietante fantoccio di schiena in poltrona; sarà re Dario? Deve esser lui, se pure lo spettro suo appare a breve, ma con quel viso annerito… a far da spirito dell’oltretomba… non lo si può proprio guardare…(l’ingenuità delle poche ‘trovate sceniche’ che tentano di movimentare il ‘mòno-tono’ persistente della rappresentazione, ci fa ringraziare il fatto che esse sian esigue).
Così parla Dario (Alessio Boni) dall’annerito viso dell’Ade… e il suo dire è una lunga, noiosissima tirata in cui rimprovera aspramente l'arroganza e la sconsideratezza del figlio Serse, ammonisce i Persiani, definisce la disfatta di Salamina un castigo divino, e ordina di non intraprendere mai più guerre contro la Grecia. Raccomanda ‘Saggezza’, rimprovera a Serse protervia e insolenza, la dismisura e l’arroganza della sua hýbris; predice un'ulteriore e imminente disfatta per i Persiani rimasti in Grecia; sconsiglia l’ attacco, raccomandando severamente di non invadere mai più i territori greci.
Noi del pubblico, che un po’ amiamo e anche solo un po’ - pur minimamente - abbiamo contezza del testo di Eschilo - così avviluppati dalla lunga e monotona noia che c’induce il discorso del Dario in scena, restiamo con il ricordo che di esso teniamo racchiuso nella nostra memoria.
Giunge in scena poi lassù, alla sommità della cavea, ma sullo schermo di più, tal Mancuso Salvatore, sedicente ‘ufficiale di cavalleria’, e giù… pure lui, ad esprimere a toni diciamo di ‘stil contemporaneo intrisi’ la sua tirata 'contro guerra’: lecita e condivisibile, per carità! ma il senso teatral scenico? uno spunto giustificativo che glie ne dia motivo? L’impressione (per noi che - umili spettatori amanti di quel teatro antico ormai sperduto… - sempre in attesa stiamo di antiche emozioni che sappiano ‘sottilmente e sapientemente’ risvegliare i sensi di quel che ancora oggi avviene, perchè si sa che è sempre ‘oggi’, nelle tragedie greche, ma solo se quell’essere ‘sempre oggi’ non lo si grida talmente forte da non poterlo né volerlo più ascoltare…) ecco, l’impressione dicevo - è appunto di un difetto della regia nel voler dire a troppo alta voce quel che non si sa far intuire.
Giunge infine su quella scena/tavolo che (cerchiamo di convincercene) è comunque Susa, lo stesso Serse (Massimo Nicolini): ‘umiliato, le vesti stracciate, il gran re intona il lamento funebre per i giovani persiani caduti’, quel Serse partito ormai da tempo a capo di un’enorme spedizione contro Atene e che troppo lungo tempo ancora non aveva fatto ritorno… Pure questo sappiamo, e per fortuna ricordiamo. Perchè, ecco… non è questo - forse distratta - che ho visto in scena.
Questo è quel che invece ricordo: un minimo cambio di scena: una tavola (più piccina, molto scarsamente allestita, e posta questa in orizzontale: e la variazione è apprezzabile) apparecchiata per due: vi si accomodano Atossa madre, e Serse figlio, quello stesso Srse che Eschilo presenta agli Ateniesi come un reduce miserevole, ma degno di pietà: e proprio qui sta la grandezza dell’autore greco… che ha combattuto tra l'altro sia a Maratona, dove perse un fratello, sia a Salamina, sia anche nella battaglia di Platea dopo, e che è un guerriero, è un combattente, uno che difende la patria ma sa parlare non tanto dalla vittoria di Salamina da parte dei greci, ma, del dolore della sconfitta dalla parte dei vinti, dei Persiani.
Ma, e qui mi scuso, ancor di più che non per le considerazione contro corrente - ne son conscia - fin qui espresse: mi scuso perché il succo sublime del senso della tragedia eschilea, quella prospettiva rivoluzionaria del rispetto totale e commosso per i vinti, l’attenzione al dolore di un impero distrutto e sul dramma di una sconfitta,
il fatto che a differenza di quanto accadeva di solito nei canti di vittoria, l’autore, Eschilo intendo, non abbia celebrato nel suo testo la rabbia o il disprezzo verso il nemico, cosiderando i Persiani non come ‘mostri’, ma come ‘esseri umani che soffrono per un lutto immenso e per una rovina inaspettata’…
tutto questo ecco, ancora mi scuso, ma proprio non son riuscita a ritrovarlo nella regia di Àlex Ollè.
Ricordo dal testo originale il lamento finale come invocazione corale straziante tra il coro e Serse, quell’immenso dolore per la perdita di vite umane annulla ogni distanza tra vincitori e vinti, e anzi il dolore diventa uno strumento di elevazione morale e di purificazione.
Ricordo, e quel che non ricordavo, l’ho riletto, il concetto di Hýbris, la dismisura dell’ arroganza umana che Eschilo spiega in una una precisa visione morale e religiosa. La disfatta della flotta a Salamina è l'inevitabile punizione divina per questa eccessiva superbia; mentre il successo e la libertà dei Greci derivano dal loro vivere rispettando la giustizia e i limiti umani.
Così, come è chiaro, proprio non ho saputo comprendere, né quella miserella tavola apparecchiata a due, con Atossa e Serse che banchettano con qualche vaga e flebile voce di accusa e protesta in sottofondo, né l’insieme complessivo di questo spettacolo, che ho percepito come una lettura interpretata di un testo, inscenata in un vuoto discronico, ben interpretato, ma non basta. Per me, che molte cose non comprendo, non è questo teatro.
Perché ecco, se le ottime intenzioni, espresse dal regista erano di “Mettere in scena oggi "I Persiani" per restituire vitalità a un classico che continua a parlare al presente, affrontando temi come tensioni politiche, conflitti armati e ferite collettive” …
E se il suo intento espresso era che questa “rilettura contemporanea non non tradisca Eschilo, ma ne amplifichi la risonanza, rendendo il linguaggio e le immagini accessibili al pubblico odierno, in modo che gli interrogativi posti da Eschilo quasi 2500 anni fa continuino a interpellare la nostra coscienza”, ecco, tutto ciò - a mio avviso - è rimasto così racchiuso nelle intenzioni, che ahimè… a noi (semplici) spettatori (e non certo ai grandi soloni della critica ufficiale) è rimasto accuratamente celato.
------------------------------------------------------------------------------------
A differenza di quasi tutte le altre tragedie greche che attingevano dal mito, questa è l'unica opera a noi giunta che mette in scena un fatto storico reale e contemporaneo.
I fatti narrati nella tragedia I Persiani di Eschilo si sono svolti nel 480 a.C.
L'opera si concentra sulla battaglia di Salamina, uno scontro navale decisivo combattuto nel corso della seconda guerra persiana, in cui la flotta greca sconfisse l'imponente armata guidata dal re persiano Serse.
L'opera fu messa in scena per la prima volta ad Atene nel 472 a.C.
Gli eventi furono rappresentati a teatro esattamente otto anni dopo la sconfitta subita dai persiani.
Nel testo di Eschilo la vicenda è narrata adottando la prospettiva persiana. L'azione si svolge infatti nella capitale Susa, all'interno della reggia, dove la regina madre Atossa e i consiglieri attendono con angoscia notizie sull'esito della guerra.


Commenti
Posta un commento