Alcesti, Euripide; Inda 2026
Alcesti sceglie di morire al posto dell'amato Admeto, ma grazie ad Eracle, c'è il lieto fine
Sacrificio per amore// Ritorno dall'Ade
Confesso: la scena, attuale, con gran divani e armadi
a mo’ di hall di lussuoso hotel,
già ‘vitale’ di giovani avvenenti fanciulle
prima ancora dell’avvio dello spettacolo,
quasi un ‘prologo vivente’,
m’aveva creato il classico blocco da
‘ottusa spettatrice a mente retrodatata’.
L’alzata di spalle è stata istintiva,
come pure l’immancabile sbuffo di fastidio verso
‘…’sti registi d’oggi che stravolgono le tradizioni’.
L’argomento dell’Alcesti poi
non mi è mai interessato un gran ché.
In quel mito d’altri tempi nato dal ricorrente motivo
di una persona che per amore muore al posto di un’altra
per concessione divina,
questo schema del “sacrificio”,
con la Morte che viene a reclamare un’anima
nel giorno del suo matrimonio
e la vittima che riceve la possibilità
di poter sacrificare un altro al proprio posto,
non vi ho mai visto nulla che si riflettesse nell’oggi,
pure nell’elaborazione che ne fece Euripide:
con quei tre anni che lui pone fra il matrimonio e la morte;
e con la prova per testare la fedeltà di Admeto con l’inganno
al momento in cui Eracle dall’Ade gli riporta Alcesti…
Ma tant’è, li avevamo ‘prenotati’ tutti,
gli spettacoli Inda di questa stagione 2026…
quindi gustiamoci pure Alcesti…, m’ero pensata…
che comunque - l’ho già detto… - non all’istante,
ma da pochi minuti dall’avvio, m’ha veramente strabiliata.
Però…! M’ha strabiliata quest’‘Alcesti’ di Filippo Dini.
Come un drappo svolazzante ancorato alla tradizione, e stavo per scrivere ‘traduzione…’ - che qui pure ha un suo valore fondante date le intelligenti ‘variazioni’ attuate da Elena Fabbro che ne è artefice - quest’ Alcesti di Dini pare avere radici antiche così fondate da potersi permettere in piena ariosa leggerezza ramificazioni così ampie da sfiorare, a tratti, frammenti di comicità immediata, in vernacolo addirittura, senza scender mai di tono, non fosse per quegli applausi che partono da un pubblico che ‘non’ comprende che ‘non’ è quello, che s’ha da applaudire, perché applaudendo gli si dà il peso che non ha, e gli si toglie quella leggerezza che invece regia e attori san sapientemente dosare.
(Così la mia spocchia critica, subito annullata nei confronti di scena e regia, s’è diretta implacabile verso la parte di pubblico ‘ìnsipiente’: qualcuno devo pur bacchettare…!)
Luce accecante di genio recitativo sprizza dal portatore del buio della morte: Luigi Bignone è un Thanatos oltre ogni possibile immaginazione: un ‘ragioniere della morte’ d’impermeabil grigio abbigliato, e d’occhialini tondi e
cartelletta munito che avanza e indietreggia traballante a bordo scena, come tentennando fra i due mondi, di morte e di vita.
Ma come se lo son mai pensato, regista e costumista, un Thanatos simile? Con quella gracchiante vocetta stridula, quei gesti delle mani da onnipotente burattinaio… Grandiosamente eclatante, direi.
Per non dire di quei suoi inquietanti, bestial-satanici assistenti primordiali, demoni grotteschi medievali.
Quasi a voler sottolineare, l’uno e gli altri, esagerati entrambi, una ‘non’ severa serietà della Morte.
Onore e rispetto vanno alla moritura Alcesti ottimamente resa da Deniz Özdoğan, i cui gesti e voce sono plasma magmatico di emozioni trattenute, pronte ad esplodere; misuratamente superba nella sua gloria di volersi sacrificare per salvar lei la vita ad Admeto i cui anziani genitori s’eran, entrambi, tirati indietro dall’immolarsi per lui.
Alti, profondi e antichi i suoi avvolgenti lamenti per la vita che lascia; forte l’orgoglio d’esser lei, epicamente eroica, a rinunciare a vivere a favore dell’amato. La Özdoğan veste superbamente la dicotomia di Alcesti: colei che muore ma morendo brilla offuscando colui che ama e per amore del quale muore: a tratti da questo dualismo è intimamente invasata, nella voce e negli sguardi, fra baratri di angoscia ed esaltazioni di compiacimento.
Ottima lei nel far suo questo personaggio che proprio non amo. Compassione per Alcesti? Non saprei: gloria a lei per la scelta che la rende ‘eroica’, ma qual’è infine il senso ultimo? lei morirà; Admeto resterà di lei privo, dell’onore privo; sommerso dal dolore e dalla gloria di lei; veramente Alcesti gli ha fatto un dono donandosi a Thanathos al suo posto?
Mi piace pensare che Deniz Özdoğan la pensi come me su Alcesti, e questo ho voluto leggere nella sua interpretazione.
Chiara in noi sorge oggi la domanda: qual’è mai il senso di donar la propria vita per chi ami; se poi chi ami, se tanto anch’egli t’ama, dovrà disperatamente proseguire a vivere, certo, ma assai tristemente senza aver mai più accanto la persona amata?
Non c’è risposta nella tragedia, che in realtà tragedia non è, avendola appunto dotata Euripide stesso, di lieto fine.
Nella scena poi, di Gregorio Zurla, che tanto (ma quanto incautamente sbaglio, a volte) m’aveva deluso all’arrivo, è centrale una piscina a sfioro, rettangolare, così priva d’evocazioni al primo (mio presuntuosamente avventato) sguardo, quanto generosa dispensatrice di ancestrali sensazioni, spazio di purificazione e limbo tra la vita e la morte: in essa, in quell’acqua che funge quasi da filtro di emozioni, da velo discriminante di sensazioni, quel dramma si muta da quell’antico passato in cui è sorto, nella riflessioni dei nostri pensieri di oggi.
Ideazione fantastica.
Ad aumentare brividi emozionali di noi, rapiti spettatori, una protagonista assoluta, invisibile ma palpabile: la musica di Paolo Fresu, che travolgente, dionisiaca, rigorosamente stilizzata, spesso danza, all’unisono con il Coro, e che, a tratti, nel tono, mi ha fortemente ricordato - ma voi siete giovani, non potete sapere… (e quasi non oso dirlo, ma così è) quel monotono trascinante ritornello di Mogol-Battisti ne ‘Il mio canto libero’:
Pietre, un giorno case
Ricoperte dalle rose selvatiche
Rivivono, ci chiamano
Boschi abbandonati
E perciò sopravvissuti vergini
Si aprono, ci abbracciano...
Vogliamo poi dire di quel pazzo scatenato di Eracle?
un geniale Denis Fasolo, di giallo giaccone abbigliato, ciclopatico pedalatore dal forte accento veneto, concluso in sé senza grigia boria, fanciullescamente esaltato nel proprio vortice di folli imprese compiute e da compiere, semi-dio autoironico, generoso e sconclusionato, forse vero perno - scanzonato, risolutivo, teso al bene, irriverente - del destino: è lui che annuncia un agguato alla tomba per bloccare Thanatos… è lui che poi racconta: di averlo afferrato! e sconfitto in un corpo a corpo! riuscendo a riportare la donna in vita…!
Scanzonato sbruffone che compie le imprese annunciate: è lui, per me, l’eroe di questa
Le donne del coro poi, comunità silenziosa e partecipe: che amplifica emozioni e silenzi, corpi fusi in un dolore, non solo di Alcesti, ma di tutte le donne di ogni tempo; indimenticabile quella loro danza finale, forse solo un po’ troppo a lungo prolungata.
Ah! ecco: e Admeto? Aldo Ottobrino lo rende ottimamente nella giusta misura di amore per Alcesti, imbarazzo, dolore, d’incolpevole pochezza umana, ambiguo e inadeguato: ha colpa forse lui dell’esuberante coraggio di Alcesti? Non facile parte la sua, forse la più impegnativa: retta con consapevolezza ed equilibrata recitazione.
Spettacolo imprevedibile, geniale, intelligente, quest’ Alcesti di Filippo Dini (tra l’altro pure brillantemente in scena nei panni del fedifrago Ferete, Padre di Admeto); rappresentazione che rende coinvolgente, nuovo, estremamente emozionante quel che è antico: perfetta, direi!
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ALCESTI di EURIPIDE: la prima rappresentazione avvenne probabilmente alle Diomisie del 438 a.C. E’ la tragedia euripidea più antica giunta a noi.
Tanto per ricordare i fatti:
Il dio Apollo - per punizione - ha passato anni al servizio di Admeto, re di Fere, in Tessaglia: per ringraziarlo dell’ospitalità gli dona la possibilità di sfuggire alla morte, in caso qualcuno si offra di morire al posto suo.
L’unica che si offre di morire al suo posto è Alcesti,
Trascorsi tre anni compare in scena Thanatos; è giunto il momento della morte di Alcesti, che solo chiede al marito di non sostituirla - quando lei non ci sarà più - con altre donne.
Eracle, in viaggio per compiere una delle sue fatiche giunge a Fere. Vedendo Admeto con i capelli rasati ne domanda il motivo: Admeto lo informa del lutto, ma per timore di risultare inospitale, non dice che si tratta di Alcesti.
Il padre di Admeto, Ferete, che si era rifiutato di morire al posto del figlio, giunge a porgere le sue condoglianze: in una furibonda lite si scambiano reciproche accuse di vigliaccheria.
Intanto Eracle scopre la verità sulla defunta, e grato dell’ospitalità che l’amico gli ha comunque mostrato, tende una trappola a Thanatos, recupera Alcesti e la porta ad Admeto.
Lieto fine.
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61ª Stagione di Rappresentazioni Classiche dell'INDA al Teatro Greco di Siracusa (primavera 2026).
Alcesti di Euridide, diretta dal regista Filippo Dini
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