diario minimo venexiano


DIARIO MINIMO VENEXIANO

ovvero, al solito, un fastidioso confuso pasticcio disordinato
 

Di pietra, d’acqua, e merletti di vetro son fatti i sogni a Venezia…


Lanciando sguardi negli scorci delle calli, infilando gli occhi fin laggiù dove fra un palazzo e lo scorrere di un rio che lambisce storia e storie di chissà quali vite con quel senso di star fra mare e cielo su pietre d’antiche architetture…


Come dire di Venezia con parole non consunte,

 non consuete

non ritrite, non scontate…

meglio sarebbe tacere, 

e solo ascoltare 


lo sciacquio sommesso nel riflesso dei ponti. Vaghiamo nei pressi del Teatro La Fenice, attraversando Rio della Verona, verso Calle de la Mandola…cerchiamo un museo…

Un museo poi… è un museo… 

ma una casa…, un’abitazione, una dimora… o meglio ancora un atelier…, un palazzo anzi…, privato però, ovvero: era privato, poi venne donato alla città di Venezia… ah… certo! Di che parlo? Ma di Casa Fortuny, ovviamente! Ecco, appunto, dicevo: un museo è un museo… ma una casa…, meglio un’abitazione, una dimora… o meglio ancora un atelier…, un palazzo… come Palazzo Fortuny, pensare che sia frutto dell’ingegnosa cultura e operatività di un solo uomo…

 Il palazzo, gli arredi, i lumi, tutto ciò che da lì scaturì: tessuti, capi d’abbigliamento, fotografia, pittura, illuminazione teatrale e d’interni… guscio prezioso di un genio operoso dell’Arte in ogni suo aspetto.

Intanto un grazie al programma ‘Vita d’Artista’ - condotta da Jacopo Veneziani, regia di Alessandro Nidi - visto, per caso, ammetto, essendo in onda su Rai 3, canale non proprio… seguito a casa nostra…, programma visto per caso dicevo, e poi seguito e ricercato puntata per puntata, per l’arguzia, la semplicità, il garbo e l’intelligenza con cui introduce lo spettatore nelle dimore dei grandi artisti. 

Non facile da trovare, in questa Venezia che comunque ben conosciamo, dopo anni e anni di soggiorni, viaggetti, visite fugaci… insomma proprio nuovi non siamo in Venezia, che comunque - non me lo toglie di mente nessuno - ad ogni notte varia il corso delle sue calli, muta la direzione dei suo sotoportaghi, inverte le direzioni delle sue salizade …mischia fra loro campi e campielli…, perché altrimenti non potrebbe essere possibile che essa ci appaia ogni, e ogni volta ancora ( capita anche a voi?) differente da sé stessa. 

Appunto: non facile da trovare, Palazzo Fortuny, 
neppure volendoci proprio andare. 
Ma i venexiani son accoglienti e gentili e disponibili, basta chiedere…

Dopo averlo aggirato, costeggiato…dopo aver scoperto  che sta tra l’altro proprio a due passi da quello splendore architettonico della ‘Scala Contarini del Bovolo’, (da noi scoperta anni fa grazie all’amica Annamaria), affiancato, quasi sfiorato da Ramo Orfei… quasi raggiunto infine, dopo avergli a lungo con tortuosi ghirigori rigirato intorno, ma: “L’ingresso xe de là… in Campo San Beneto” … già perché di facciate ne ha due, gotiche, identiche, una che dà sul rio… e l’altra, appunto su Campo San Beneto…


Dunque, per chi (come me prima di entrarvi) non ne conoscesse la storia, Palazzo Pesaro degli Orfei, oggi sede del Museo Fortuny, edificio gotico costruito nel XV secolo per la nobile famiglia Pesaro, con le sue finestre ad arco, la raffinata lavorazione in pietra all’inizio del Novecento fu trasformato in casa e studio dall’artista spagnolo Mariano Fortuny e da sua moglie Henriette Negrin, e divenne simbolo della loro visione creativa e artistica: fotografia, pittura, illuminazione teatrale e d’interni.


Uno scrigno che grazie alla lungimiranza della moglie Henriette - che lo donò alla città nel 1956 dopo la morte del marito - è ora… ‘visitabile’: ma pare un insulto, usare qui il verbo ‘visitare’… vi ci si può inoltrare, immergere, ci si può mentalmente e artisticamente perdere, uscendone poi con quello struggimento che ti prende quando ‘senti’ dentro un lontanissimo eco accorato… perché non è forse in un luogo così, che avresti voluto vivere, stare, dormire, pensare, scrivere…?

Apprendo intanto da una delle gentili signore che controlla il passaggio di noi barbari invasori turisti nelle sacre sale (no - lo sapete - io non parlo con nessuno, guardo e assorbo dagli occhi, ma Francesco lui no, lui è essere civile che dialoga, e poi - per condivisione - pure io ascolto…) bene, apprendo dunque da una delle gentili signore, che in quelle (per me) intoccabili sale, verrà a breve allestita una mostra d’arte di un artista contemporaneo…: “Era qui un attimo fa… sta verificando gli spazi…” Di che si tratta? Della mostra “Dreamers" che si avvierà il 6 maggio. Do un occhio al volo sul cell alle opere di questo … contemporaneo…. Erwin Wurm, è il suo nome. Non si deve dire, lo so, ma l’orrore (metaforico) assale la mia congenita ignoranza cosmica: qui? quelle ‘opere’ qui? e l’anima di Mariano Fortuny y Madrazo chi la placherà? mah… di sicuro lui aveva più ampia ‘apertura’ mentale della mia… i dubbi mi assalgono.

Ma ne esci poi, da quel palazzo che è iconografia dell’arte che vive e produce,  e scorri ancora il tempo, e svaniscono poi le fole fumose al varcar l’uscita, nello sguardo ampio sulla Volta del Canal, salendo sul vaporetto in fermata Sant’Angelo. Grida sempre più forte l’adesso, se pure in questo ‘adesso’ son qui, ad aspettare il vaporetto della Linea 1 che va in direzione Lido, per raggiunger la zona dell’Arsenale…

So che sapete di Venezia tutto più di me, ma accettate questo consiglio, appena appena arrivati, munitevi dell’abbonamento settimanale: oltre ai vostri passi, felpati o energici, svelti, leggeri o densi di pause, preziosissimi e insostituibili veicoli di scoperte inimmaginabili, la libertà di poter galleggiare persi fra i canali è impareggiabile: salire, senza meta, scendere, perdersi e risalire… fra rii, sotto ai ponti, sbirciando con lunghi sguardi gettati all’infinito in quelle sottili strisce d’orizzonte che s’infilano fra i rami laterali…



poi si scende dondolando all’ormeggio, ed è lì, sul quella piccola rampa mobile che permettere la discesa verso pontile, che i venexiani ti sgamano al volo,  noi, umani terreni, lì  su quella passerella che unisce i due mondi tentando da sempre di miscelarli in quel rollio oscillante di beccheggio: lì, non stiam dritti noi, loro non ondeggiano di un passo. 



Ma ancora, perché non taccio?

scendo, e cammino, per un po’ zitta, perdendomi fra corti e campielli… con fatica tacendo… chè non son certo Byron, da dire che vedo “dalle onde sorgere le sue strutture,  come al tocco della bacchetta di un incantatore…”

Alzo gli occhi, i pensieri ‘ti tirano’ come fili: questo palazzo a due ingressi d'acqua gemelli, è Palazzo Mocenigo… sarà mai vero? che Byron proprio dalle finestre del palazzo o da quegli scalini d’acqua si tuffasse per le sue famose nuotate notturne lungo il Canal Grande? arrivando a volte fino al Lido…?

Fantasie?  di sicuro; ma di sicuro, forse come tutti voi, amerei io di poter fluttuare in quell’acqua, siero di magia, che lambisce eterna la storia di questa città antica regina del pensiero libero, dove ancora “silenzioso voga il gondoliere senza canto; / i suoi palazzi si sbriciolano sulla riva…”, sì, certo, lo so, l’ha scritto lui: che ci posso fare se il Nobile Esule, quell’Inglese Stravagante è nato prima di me…?


E ancora camminiamo, lenti, gli occhi in su per perderci fra camini "a campana" rovesciata,  altane leggere pronte a prendere il volo sul il labirinto delle calli, i ricami delle Bifora, tra colonnine sottili in pietra d’Istria,  e i capitelli scolpiti.

delle Trifore ad arco a tutto sesto…

Ma che sto a raccontare… io che non so… che solo assaporo e m’inebrio, e mi esalto e mi perdo, ancora, fra palazzi di pietra sull’acqua che scorre fra secoli di storia, ancora e ancora…, io che “venni qui in cerca di una bellezza che non fosse effimera... e la trovai in questa città, dove la pietra è stata trasformata in spirito.” E già, l’ha giusto scritto Pound…sempre tardi arrivo. 

Ma che altre parole si possono mai posare su di un foglio, che queste? 

“La bellezza di questa tua Venezia m’hai rivelata. Che la sua grazia è divenuta in me una cosa di lacrime. O Dio, quale grande gesto di bontà abbiamo fatto in passato, e dimenticato, Che tu ci doni questa meraviglia, O Dio delle acque?”

E pure, benché ieri l’altro (trascorrono pure qui, in questo mondo di pietra e acqua i giorni, inseguendosi nel silenzio fra le ombre che s’allungano dai lampioni di luce dorata fin giù, al molle abbraccio dell’acqua ai pontili) benché ieri l’altro - dicevo - al Sestiere di Cannaregio ci siam tornati, stavolta un po’ per sbaglio, prendendo dall’Arsenale la linea 4.1 invece della 1 per andare a in San Zaccaria, e poi alla Salute, 

ci siam trovati alla Chiesa di Santa Maria dei Miracoli, fra Fondamenta della Misericordia e dei Ormesini, e Palazzo Savorgnan: così penso alla Venezia di Giacomo Casanova, qui fra i ‘suoi’ luoghi di incontri galanti, appuntamenti amorosi e giochi e amicizie aristocratiche di amori e tradimenti: quel Casanova ‘seduttore nobile’ di Gianfranco Bruni… ma è troppo veramente, piccolo varco offre la mia ristretta mente a queste grandezze, e solo ‘lo’ cito (al singolare, certo, chè ‘i due’ nominati sono per me in simbiosi mentale e letteraria).


Taccio, ma l’amore ha sempre voce

così non mi riesce di non raccontare, di questo mio ritorno in questa magia terrena che perdura;

quasi mi attendo, da una volta all’altra che vi torno, di trovarla scomparsa, affondata, e che solo il tornarvi da terre lontane possa mostrare agli occhi la realtà che immagini e racconti negano, che Venezia sia ormai solo più il racconto del proprio favoloso esistere…

E invece è ancora qui con le sue calli, e salizade, e rughe e rughette…campielli e sotoportaghi… e quell’acqua…

Stare immobili e guardarla… non nei canali, non nei rii, né in laguna ma fissando l’occhio lì nell’incontro dell’acqua con le pietre d’ingresso dei palazzi, o delle scale, 

negl’incontri di quei tre gradini in pietra in cui da ogni calle vi si potrebbe scendere 

in quell’acqua che regna  bagnando di sé ogni appoggio.


Solo camminare si dovrebbe, fra i circoli leggiadri di questa città pesantissima, fatta di pietra e mattoni, che sembra galleggiare leggera su uno specchio instabile, che t’invita, da quei gradoni in pietra che scendon direttamente nei canali

e mi stupisco, oggi come sempre, che non vi sian parapetti, o balaustre… qualsiasi barriera… che impedisca di varcar quella soglia effimera, che qui non c’è, fra pietre e mare che fra esse scorre…


La pioggia poi, nella sera bagnata di ticchettii d’acqua grigia che s’avvolgono a quello sciabordio dolente, si cena, a bordo di un rio, in Riva degli Schiavoni, in zona Arsenale.. e di notte, da quelle quattro finestre dell’Hotel Bucintoro che donano l’impero di una vista unica sul Bacino di San Marco, da San Giorgio fino al Palazzo Ducale, sotto di noi Riva San Biagio, laggiù le arcate gotiche. Palazzo Ducale con il campanile di San Marco che svetta; dalle finestre d’angolo la cupola maestosa della Basilica della Salute e la Punta della Dogana che governano l’incontro del Canal Grande con il Canale della Giudecca. 








E di notte, e di pioggia, qualcuno cammina veloce qui sotto, figura nera e veloce, vibrante certo di fretta, forse di freddo… protagonista di una storia che non so.





Così pioveva, di mattina, ancora

lievemente ora, ma tanto da bagnar l’aria e inumidir l’atmosfera


Così era tempo quindi d’inoltrarsi nella Galleria dell’Accademia

Sul traghetto, gruppi di giovani sguaiati che dicono parole

“le baguette, la tour eiffel, les escargot…a Parigi, ci vieni te? dai Nico, te pure?” ‘Te’, dicono ‘te’… il tu l’han scordato pure i giornalisti, d’altronde… Mentre considero che il luogo richiederebbe rigore e stile

sale elegante una signora con cappello ampio e abito rigoroso, 

sola siede in postura garbata, pare giunta da un mondo lontano

grazie,

mi da' un tocco di speranza, dal quel suo passato glorioso che sicuramente con orgoglio porta in se’ verso questo incerto frantumato futuro che ci si para d'innanzi


intanto piove, e la galleria dell'Accademia è il miglior rifugio


Vi entro con rispetto, e nel frantumarsi del mio impercettibile sapere, annientata da tanta arte, come ogni volta, ora forse di più, sempre dell'idea che troppa bellezza sia un dolore insostenibile, comprendo quasi quel dannato forsennato impeto di annientare ogni cultura di alcune dittature: come trovare spazio per il nostro niente del nostro oggi, di fronte a tanta smisurata potenza dell’arte del passato?



solo passeggiamo distratti ad ammirar dipinti che assorbirono anni di progettazione ed esecuzione…noi, ridotti a miseri cliccatori di meraviglie costate vite.

Per questo lo sguardo va al cell ogni tanto: per ricordarsi che si è oggi comunque qualcosa. Siamo - sono io, indegna - erede di glorie fin qui giunte ai nostri occhi che non sanno neppur più accogliere pienamente in sé simili grandiosità.




Perché ad ogni eterea leggiadria dell’arte - pittorica, letteraria persino, per non dire architettonica, già che siam qui in questo ‘miracolo’ mirabilmente progettato e solidamente realizzato che è Venezia - corrispondono in misura proporzionalmente inversa, fatica, studio, impegno, sudore, sacrificio, e tempo. Profonde basi occorrono, per dar concretezza alla grazia immateriale della bellezza, occorron solide basi per sogni duraturi.


Erano le 10,40 e sul traghetto per l'Accademia, tutti lanciavano un grido: la coda del delfino vista di sfuggita… vista da molti, no, non da me che immersa in pensieri arrivo sempre dopo… 


Pensavo, che così nel reflusso di un 'onda che sbatte 

ti passa in un sospiro tutto l'amore che hai per lei. 

Non sapere, unica salvezza, giacché il tutto non è dato comprendere


a che pro poi sapere di Venezia 

quando neppure c'è spazio sufficiente nelle mente per accoglierla dagli occhi…


bastan già dalle pareti dei palazzi, fregi e lampioni e archi e ceselli e bandiere… quella poi, con le sue sei frange a ricordare i sei Sestieri, e  il Leone Marciano su quel quel color rosso imperiale, e l’Oro Arancio a rappresentar ricchezza e luce e divinità…


Un ultimo piccolo cenno a qualcosa di nuovo del tanto che ancora una volta Venezia ci ha donato: nei pressi del Ponte dell’Accademia, sul Canal Grande, e nel giardino di Palazzo Franchetti, tre installazioni - moderne, ovvio, sopportabili solo in qualità del loro esser in vetro soffiato - opere dell’americano artista Dale Chihuly, già lì pronte per la Biennale in apertura il 5 maggio: leggo che son state realizzate a Seattle (città portuale sulla costa occidentale degli Stati Uniti d'America

capoluogo della contea di King, nello Stato di Washington) spostate coast to coast via camion in Virginia, e da lì caricate in quattro container oceanici, sbarcate a fine marzo in Laguna… 

Bah…soffiarle un una qualche fornace di Murano no?



Transeat…




Ultimissimo poi ancora, imperdibile passaggio proprio in       mattinata, al Mercato del Pesce alla Loggia della Pescheria...



E mentre dal traghetto lo sguardo abbraccia già quella lunga teoria di archi sotto cui i gabbiani sembrano padroni, più ancora di quei pesci lucenti sui loro troni dei banchi da cui saran scelti per nutrire nobili stomaci veneziani…







così chiara ed evidente quanto nascosta ed invisibile 

mi appare la rete dei pensieri che unisce persone concetti

leggi eterne che tornano ad intrecciarsi da livelli più disparati in ogni campo dell’umano ragionare…





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